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8 giugno - 18 luglio 2014

 

 ingresso libero

 ORARI
Da Martedì a Venerdì dalle 15.00 alle 18.30
Sabato e Domenica dalle 10.30 alle 19.00
Lunedì  chiuso

 INFO mostra
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 attività didattiche
a cura di CREATTIVANDO
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 info visite guidate
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L'età dell'oro della scultura italiana monderna

Serrone  della reggia di MONZA

Opere dalla FONDAZIONE  ROSSINI
con la collaborazione della FONDAZIONE ARNALDO POMODORO

A cura di Marco Meneguzzo

 

Il periodo che va dall’immediato secondo dopoguerra alla metà degli anni Sessanta è stato sicuramente uno dei più fecondi per la storia della scultura italiana. Poche altre volte, nel corso dell’arte italiana – cioè dall’anno Mille ad oggi – si è visto un tale concorso di scultori e un dibattito così vivo sull’essenza della scultura: sul grande tronco della plastica tradizionale si innestava infatti la discussione sul concetto di avanguardia e di “nuovo”, che si era prepotentemente affermato col nuovo secolo. Di più, era proprio la presenza fisica sulla scena dell’arte di tanti scultori contemporaneamente, spesso diversi negli intenti e nei moventi, quasi tutti di grande qualità espressiva, a rendere più vivo il confronto e talora lo scontro: nei tardi anni Cinquanta giungono infatti a maturazione creativa le generazioni nate attorno alla fine degli anni Venti (come i fratelli Pomodoro), mentre sono ancora attivissime e innovative quelle nate ancora alle estreme propaggini del XIX secolo (come Ettore Colla, Lucio Fontana, Fausto Melotti).
Qual è la sorte della scultura italiana, dopo la stagione della retorica novecentesca, che pure aveva visto straordinarie prove in autori come Adolfo Wildt e, soprattutto Arturo Martini (Marino Marini sarà il collegamento tra prime e dopo la guerra…)? Come per il resto dell’arte italiana, uno dei problemi sarà proprio l’abbandono di stilemi retorici appena passati, e per di più colpevoli di aver in qualche modo dovuto dialogare col potere totalitario; l’altra questione, che in Italia assume una valenza fortemente ideologica e politica, sarà la scelta di campo tra astrazione e figurazione (e in questa mostra sono quelli che hanno scelto la prima opzione ad essere rappresentati, pur con tutte le sfumature del caso, visto che l’apprendistato iniziale, per quasi tutti, muove comunque dalla figurazione), che sembra separare la schiera degli uni da quella degli altri con un muro insuperabile. Si tratta certamente di questioni storicamente importanti, che hanno determinato il gusto e il mercato di quel tempo, ma oggi, a distanza di mezzo secolo, la prospettiva da cui guardare alla scultura moderna italiana potrebbe essere anche radicalmente diversa, molto lontana dai fatti contingenti, e invece così vicina al cuore, all’essenza del “fare scultura”. In altre parole, la forza della scultura italiana d’allora non è in questo o quel rinnovamento, in questa o quella scelta di campo, ma nella riflessione più profonda su cosa sia la scultura in sé. Prima che sulla scena irrompa l’oggetto – a partire dagli anni Sessanta - a rivendicare la propria presenza plastica, la scultura è tradizionalmente composta di  forma e materia nello spazio. In quel momento gli scultori italiani  portano alle estreme conseguenze, ai confini più lontani, il rapporto tra forma e materia, e se l’idea dello scultore è rappresentata dal “dare forma” alla materia bruta, quegli scultori cominciano a valutare la materia come un elemento attivo, e non passivo, della creazione plastica. La materia, cioè, ha delle caratteristiche intrinseche che condizionano la forma, possiede una sorta di “vita nascosta” che si trasforma in resistenza, in affermazione della propria presenza di fronte alla forma, a quella concretizzazione dell’idea che tradizionalmente costituiva la parte nobile della creazione scultorea. L’aver compreso questo, l’aver lasciato che la materia uscisse allo scoperto, che diventasse anch’essa protagonista e non strumento, soggetto della scultura e non semplice mezzo, è stato il completamento del lungo percorso della scultura moderna, intendendo con questo termine quella che verrà definita “tradizione del nuovo”, cioè l’insieme dei linguaggi usciti dalle avanguardie innestate sulla tradizione. Nel fare questo, gli scultori italiani di quegli anni non sono stati secondi a nessuno – le presenze alla grande mostra internazionale sulla scultura, al Festival dei Due Mondi di Spoleto, allestita nel 1962 da quel grande esperto che era Giovanni Carandente sono lì a dimostrarlo… - , avendo saputo non solo recuperare quei pochi anni di autarchia culturale, ma essendo stati capaci di grandi sperimentazioni, di grandi approfondimenti, di grandi speranze.
Questa mostra è un piccolo omaggio ai protagonisti di quella stagione (non tutti sono presenti, ma si tratta comunque di un numero e di una qualità significativi), e anche a coloro che li hanno sostenuti con lo stesso entusiasmo: quasi tutte le opere in mostre vengono da una singola collezione, e da una singolare figura di collezionista – Alberto Rossini -, grande appassionato di scultura, con un amicale e qualitativamente importante apporto della collezione della Fondazione Arnaldo Pomodoro.


Marco Meneguzzo